LA MEMORIA DELL'ARTE E LA CRISI DELLA MODERNITA'

LA MEMORIA DELL'ARTE E LA CRISI DELLA MODERNITA'

Gualtiero De Santi

Gennaio 2015

Non c’è dubbio che il quadro della vita culturale urbinate appaia costantemente arricchito dalle attività promosse dalla Associazione “L’Arte in Arte”: ciò tramite la pubblicazione del periodico semestrale “Vivarte” adesso collocato in rete, ma insieme con le diverse mostre promosse negli anni passati. L’ultima, apertasi l’11 dicembre 2014 in una sala del Centro Commerciale Consorzio e visitabile sino alla fine del gennaio 2015, ha visto la partecipazione di molti aderenti dell’Associazione (tra i quali Oliviero Gessaroli, autore di tavole pressoché inespugnabili nel senso ma decisamente intriganti, Anita Aureli con i bellissimi acquerelli che propone tra cui un ritratto di Egidio Mengacci, Silvestro Castellani le cui effulgenti e aurate fantasie dispongono visioni stellari e spaziali). Tutto ciò sollecita le più svariate riflessioni utili a far comprendere anche un certo aspetto della situazione artistica in Italia.
La prima questione che si presenta è il grado di rappresentatività che la mostra, pur nel suo carattere locale, viene ad assumere rispetto al quadro nazionale e anche rispetto a un preciso punto d’arrivo dei linguaggi artistici contemporanei. Problema, quest’ultimo, che un tempo appariva del tutto dirimente (difficile dimenticare le diatribe tra figurativi ed astrattisti) ma che oggi non si ripropone nei modi in cui esso ebbe corso negli anni del dopoguerra e nei decenni successivi. Allora si doveva stare da un parte oppure sul lato opposto della barricata. Oggi per fortuna non più: nel senso che c’è stato, quantomeno nel pubblico degli appassionati, un riconoscimento di legittimità verso ognuno, che ha finito coll’accogliere e legittimare anche stili contrapposti; ma altrettanto nel senso stavolta inquietante, che vuole che quanto arrivato dopo le avanguardie del Novecento (tra le quali è da comprendere quella dell’espressionismo realista e dello stesso neo-realismo, se essere all’avanguardia in un certo momento significa stare più avanti), finisca nei fatti coll’azzerare ogni cosa rendendo obsoleta l’idea stessa che tutti si aveva di un quadro oppure di una scultura e di un assemblage.
Oggi sono sicuramente mutati gli orizzonti di riferimento. Nondimeno non si deve essere poi tanto sicuri che installazioni e video e operazioni affini (comprese le sfilate di moda) possano davvero dar conto dell’immaginario contemporaneo. E comunque, non solo l’arte odierna anche quando condivida una prospettiva teleologica di sviluppo nel futuro, non riesce a chiudere il ventaglio delle possibilità linguistiche né si vuole rivolta ad alcun esito definitivo, poi che agisce su un terreno culturale largamente diversificato e per di più attraversato da molteplici contraddizioni (onde la variata sequenza delle risoluzioni e delle forme). La crisi che società e arte attraversano non consente infatti alcun punto definitivo, questo va da sé.
Ma è un fatto che tra gli artisti che hanno ritenuto di esporre alla mostra di cui qui si parla, non c’è nessuno che si sia rivolto alle parole d’ordine del tardo (o post) modernismo. Non c’è, ma sarebbe però potuto esserci: senza tuttavia che quelle scelte formali configurassero alcun imperativo rimanendo invece sul piano di una poetica o delle mere suggestioni di gusto.
Certo, si porrebbe realisticamente il problema di interpretare lo spazio culturale che si allarga tra il richiamo a linee percepite come tradizionali (il medagliere idealmente rinascimentale di Guido Vanni, che però s’esercita anche su tabulati compitanti un universo mentale; le ceramiche elettivamente eleganti di Giovanna Ucci Fabi) da un lato; e una intentiva modularità espressiva che smonta le meccaniche tradizionali (Guerrino Bonalana, oppure Gianfranco Ceccaroli, Alessio Spalluto o Regine Lueg), o più estensivamente tra la compagine urbinate e quella eugubina dall’altro. Non senza chi – Susanna Galeotti - si muova sul crinale tra figurativo ed astratto operando con vari materiali (tra cui i supporti in legno).
Questa contaminazione tra un pensiero e linguaggi in bilico tra tradizione e sperimentazione si direbbe comune a molti. Ma non sino al segno di implicare alcuna ermeneutica dichiarata programmaticamente o un qualunque presupposto o necessità di contrapposizione radicale.
E comunque ne sia, le soluzioni le meno prossime alla tradizione, o per dirla più risolutivamente al figurativismo, si collocano pur sempre in un quadro che diremmo di pertinenza della Modernità: dentro la coscienza della crisi ma sempre mantenendosi a un livello coscienziale di non precipitare nel caos e anche in tal modo mantenere la memoria del primo modernismo.
Così, in quel proliferare di tecniche e stili che s’arricchiscono della pluralità dei contributi come ugualmente nelle irradiazioni cromatiche che si ammirano su tele e fogli (penso alla volante energia di Stefano Caffarri o alle accensioni cromatiche di Fulvio Paci), si ripercorre il campionario di ciò che aveva costituito l’arte del mondo moderno, dopo impressionismo ed avanguardie. Un caleidoscopio la cui spiegazione consiste nel fatto che ognuno che si accinga a dipingere, o a scolpire oppure a lavorare artisticamente la materia, lo fa con il proposito di conoscere la realtà e altrettanto di rafforzare la necessità di esprimersi. Tanto ebbe a suo tempo ad esprimere Pablo Picasso (che pure, almeno così sembrerebbe, non ha precipuamente sollecitato l’inventiva dei nostri artisti): “La pittura è più forte di me, mi fa fare ciò che vuole”.
Direi dunque emblematico che una affine consapevolezza continui a vivere sia nella multiforme realtà italiana che nella nostra città, rimanendo al riparo dalla smania di novità ad ogni costo. Per conquistare la realtà quest’ultima deve penetrare l’arte: legni, carte, chiodi, gettate di colore; e vivere sensibilmente il nitore dei fogli calcografici o pittorici, quello che ad es. sopravviene a lambire il visitatore dalla ridotta ma a suo modo perfetta incastellatura di incisioni di Leonardo Castellani presenti in mostra.
Infine, la lucente levigatezza delle superfici pittoriche di questo maestro del Novecento e specificamente del nostro Novecento urbinate, è il preciso esempio di ciò che s’intende delle suggestioni rivolte a un filo lungo tradizionale ma anche a una voglia di incorporare il presente. Con una materia e una lingua che dialogano col mondo all’intorno ma che anche sanno leggere le nostre radici nell’intento di preservarle. Tale è stato il compito della modernità. Uguale è lo spazio prescelto – o oggettivamente abitato - dai nostri artisti.
LA MEMORIA DELL’ARTE E LA CRISI DELLA MODERNITÀGualtiero De SantiNon c’è dubbio che il quadro della vita culturale urbinate appaia costantemente arricchito dalle attività promosse dalla Associazione “L’Arte in Arte”: ciò tramite la pubblicazione del periodico semestrale “Vivarte” adesso collocato in rete, ma insieme con le diverse mostre promosse negli anni passati. L’ultima, apertasi l’11 dicembre 2014 in una sala del Centro Commerciale Consorzio e visitabile sino alla fine del gennaio 2015, ha visto la partecipazione di molti aderenti dell’Associazione (tra i quali Oliviero Gessaroli, autore di tavole pressoché inespugnabili nel senso ma decisamente intriganti, Anita Aureli con i bellissimi acquerelli che propone tra cui un ritratto di Egidio Mengacci, Silvestro Castellani le cui effulgenti e aurate fantasie dispongono visioni stellari e spaziali). Tutto ciò sollecita le più svariate riflessioni utili a far comprendere anche un certo aspetto della situazione artistica in Italia.La prima questione che si presenta è il grado di rappresentatività che la mostra, pur nel suo carattere locale, viene ad assumere rispetto al quadro nazionale e anche rispetto a un preciso punto d’arrivo dei linguaggi artistici contemporanei. Problema, quest’ultimo, che un tempo appariva del tutto dirimente (difficile dimenticare le diatribe tra figurativi ed astrattisti) ma che oggi non si ripropone nei modi in cui esso ebbe corso negli anni del dopoguerra e nei decenni successivi. Allora si doveva stare da un parte oppure sul lato opposto della barricata. Oggi per fortuna non più: nel senso che c’è stato, quantomeno nel pubblico degli appassionati, un riconoscimento di legittimità verso ognuno, che ha finito coll’accogliere e legittimare anche stili contrapposti; ma altrettanto nel senso stavolta inquietante, che vuole che quanto arrivato dopo le avanguardie del Novecento (tra le quali è da comprendere quella dell’espressionismo realista e dello stesso neo-realismo, se essere all’avanguardia in un certo momento significa stare più avanti), finisca nei fatti coll’azzerare ogni cosa rendendo obsoleta l’idea stessa che tutti si aveva di un quadro oppure di una scultura e di un assemblage.Oggi sono sicuramente mutati gli orizzonti di riferimento. Nondimeno non si deve essere poi tanto sicuri che installazioni e video e operazioni affini (comprese le sfilate di moda) possano davvero dar conto dell’immaginario contemporaneo. E comunque, non solo l’arte odierna anche quando condivida una prospettiva teleologica di sviluppo nel futuro, non riesce a chiudere il ventaglio delle possibilità linguistiche né si vuole rivolta ad alcun esito definitivo, poi che agisce su un terreno culturale largamente diversificato e per di più attraversato da molteplici contraddizioni (onde la variata sequenza delle risoluzioni e delle forme). La crisi che società e arte attraversano non consente infatti alcun punto definitivo, questo va da sé.Ma è un fatto che tra gli artisti che hanno ritenuto di esporre alla mostra di cui qui si parla, non c’è nessuno che si sia rivolto alle parole d’ordine del tardo (o post) modernismo. Non c’è, ma sarebbe però potuto esserci: senza tuttavia che quelle scelte formali configurassero alcun imperativo rimanendo invece sul piano di una poetica o delle mere suggestioni di gusto. Certo, si porrebbe realisticamente il problema di interpretare lo spazio culturale che si allarga tra il richiamo a linee percepite come tradizionali (il medagliere idealmente rinascimentale di Guido Vanni, che però s’esercita anche su tabulati compitanti un universo mentale; le ceramiche elettivamente eleganti di Giovanna Ucci Fabi) da un lato; e una intentiva modularità espressiva che smonta le meccaniche tradizionali (Guerrino Bonalana, oppure Gianfranco Ceccaroli, Alessio Spalluto o Regine Lueg), o più estensivamente tra la compagine urbinate e quella eugubina dall’altro. Non senza chi – Susanna Galeotti - si muova sul crinale tra figurativo ed astratto operando con vari materiali (tra cui i supporti in legno). Questa contaminazione tra un pensiero e linguaggi in bilico tra tradizione e sperimentazione si direbbe comune a molti. Ma non sino al segno di implicare alcuna ermeneutica dichiarata programmaticamente o un qualunque presupposto o necessità di contrapposizione radicale. E comunque ne sia, le soluzioni le meno prossime alla tradizione, o per dirla più risolutivamente al figurativismo, si collocano pur sempre in un quadro che diremmo di pertinenza della Modernità: dentro la coscienza della crisi ma sempre mantenendosi a un livello coscienziale di non precipitare nel caos e anche in tal modo mantenere la memoria del primo modernismo.Così, in quel proliferare di tecniche e stili che s’arricchiscono della pluralità dei contributi come ugualmente nelle irradiazioni cromatiche che si ammirano su tele e fogli (penso alla volante energia di Stefano Caffarri o alle accensioni cromatiche di Fulvio Paci), si ripercorre il campionario di ciò che aveva costituito l’arte del mondo moderno, dopo impressionismo ed avanguardie. Un caleidoscopio la cui spiegazione consiste nel fatto che ognuno che si accinga a dipingere, o a scolpire oppure a lavorare artisticamente la materia, lo fa con il proposito di conoscere la realtà e altrettanto di rafforzare la necessità di esprimersi. Tanto ebbe a suo tempo ad esprimere Pablo Picasso (che pure, almeno così sembrerebbe, non ha precipuamente sollecitato l’inventiva dei nostri artisti): “La pittura è più forte di me, mi fa fare ciò che vuole”.Direi dunque emblematico che una affine consapevolezza continui a vivere sia nella multiforme realtà italiana che nella nostra città, rimanendo al riparo dalla smania di novità ad ogni costo. Per conquistare la realtà quest’ultima deve penetrare l’arte: legni, carte, chiodi, gettate di colore; e vivere sensibilmente il nitore dei fogli calcografici o pittorici, quello che ad es. sopravviene a lambire il visitatore dalla ridotta ma a suo modo perfetta incastellatura di incisioni di Leonardo Castellani presenti in mostra. Infine, la lucente levigatezza delle superfici pittoriche di questo maestro del Novecento e specificamente del nostro Novecento urbinate, è il preciso esempio di ciò che s’intende delle suggestioni rivolte a un filo lungo tradizionale ma anche a una voglia di incorporare il presente. Con una materia e una lingua che dialogano col mondo all’intorno ma che anche sanno leggere le nostre radici nell’intento di preservarle. Tale è stato il compito della modernità. Uguale è lo spazio prescelto – o oggettivamente abitato - dai nostri artisti.